Abbandonare
Un imprenditore di un certo calibro, mi ha avvicinato all’EUROCUCINA di Milano.
Era in difficoltà e non so perché si sia voluto confidare con me; di fatto, con un Campari in mano, mi ha voluto parlare di sé e della sua azienda.
Quella era la sua ultima apparizione pubblica, in quella veste.
La sua ditta, la sua immagine, parte del suo “impero” – da lì a 48 ore – sarebbero spariti dalla faccia della terra; e la cosa che gli pesava di più, era lasciare il suo mondo fatto di collaboratori che erano amici, dipendenti che vedeva come familiari, posti e lavori vissuti per anni e che erano la sua vita, il suo quotidiano.
Da domani, non esisterà più.
Lui non sarà più quel mondo, lui non vivrà più “in” quel mondo.
Non mi ha beccato in un momento particolarmente figo, ero in fiera per incontrare un po’ di persone, per toccare con mano e vedere come si sarebbe mosso il futuro in quel settore; non ero in vena per rapporti personali, tantomeno volevo discorsi buttati su qualcosa che non fosse lavorativo…il mio giorno di dolore è lungo…
Non potevo, però, andarmene senza dargli la mia.
“Vede, io ho distrutto con una grossa quantità di colpe, il mio mondo meno di 3 mesi fa.
L’ho fatto coscientemente, credendo che il seme per poter germogliare deve morire.
Ho accettato il rischio di fare la fine del seme e attaccarmi al tram se non riuscissi a ripartire, ma l’ho fatto.
Tra le perdite, il mio ruolo di educatore scout.
Lascio un gruppo di ragazzi tra i 17 e i 21 anni.
Ragazzi che fino a qualche giorno prima erano parte della mia vita ed io della loro.
Vivevano nel mio mondo ed ero una sorta di totem, di pilone al centro della strada; forse – a volte – ingombrante ma una di quelle presenze che senti e desideri avere, a cui non dai un peso specifico finché non sei costretto a lasciare.
A me i ragazzi mancano da morire.
Alcuni hanno passato anni al mio fianco; hanno vissuto momenti forti, in situazioni forti, con esperienze forti.
Ai ragazzi manco di meno. Per fortuna.
Ad alcuni non manco per niente, ad altri un po’.
Di questo non sono dispiaciuto.
Quando li incontro vedo che sono loro, sono quelli che ho lasciato più qualcosa.
Il mio ruolo era quello.
Lasciare un segno nella loro vita, affinché potessero essere in grado di cogliere qualcosa in questo mondo da portarsi dietro, qualcosa raccolto in giro che potesse fargli comodo per la loro strada.
Null’altro.
Adesso lei si troverà davanti ad un vuoto, una mancanza.
Quello che ha fatto fino ad oggi per quelle persone, basterà a colmare quel vuoto?“
L’ho lasciato con il suo Campari in una mano, l’altra che stringeva la mia, lo sguardo perso verso l’orizzonte che non c’era.
Non ce l’abbia con me, ho 30 anni meno di lei e, al momento, di certo ho solo il volo alle 21:35.
Quando passo sopra le Marche, le saluto Pesaro?